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venerdì 14 febbraio 2014
Sun Structures
Genere: Psichedelic/Brit-Rock
Autore: Temples
Anno: 2014
Voto: 8.5/10
I Temples sono un gruppo inglese di Kettering, Northamptonshire. Io non ho la minima idea di dove si trovi, ma è proprio il background bucolico ad essere fondamentale nell'analisi di questo complesso.
Opera prima, "Sun Structures" colpisce dalle prime note per la maturità compositiva che mostrano Bagshaw e Warmsley, rispettivamente cantante/chitarrista e bassista, nonché curatori di tutti i brani. Non tradiscano i palati più raffinati l'uso smodato di chorus e reverb, retaggio dell'influenza della psichedelia 60's. Perché nonostante non ci sia nulla di nuovo in questo album, dopo uno e più ascolti rimane un intenso senso di soddisfazione personale. Perché parlare di un album che non aggiunge nulla di nuovo nel panorama musicale? Proprio perché l'insistenza su sperimentalismi spesso fini a se stessi e innovazioni forzate ha portato in questi ultimi anni a osannare fautori di lavori tanto "innovativi" quanto poco ispirati, vedasi l'ultimo di James Blake.
"Sun structures" ci riporta ai suoni dei migliori Kasabian, i tipici lirismi brit degli Arctic Monkeys accompagnati da un'esplosività di suoni e colori al peyote in puro stile Flaming Lips. Certo, mancano le batterie spasmodiche ed i ritmi serrati, in favore di un'ambientazione più ballad. D'altronde lo stile è tipicamente pop, seppur infarcito di suoni talvolta duri. E se a volte i due inglesini eccedono nell'arrangiamento (temibili le tastierine 80's in The Golden Throne), c'è da dire che la ricerca della melodia è sempre azzeccata (Sun Structures, Keep in the Dark, Move With The Season, vera perla dell'album).
Nonostante i Temples siano assai lontani dal lasciare la loro impronta nella storia della musica, è proprio questa estemporaneità della loro prima fatica a renderla unica, "coraggiosa" e in un certo senso anticonformista.
Niente di più semplice, è solamente un album che vale la pena ascoltare.
Parabolas
Genere: Tech-House, Deep House
Autore: John Tejada
Anno: 2011
Voto: 8.5/10
Parabolas è un disco che bazzica nel mio iPod già da un bel po’, ma che non ho mai preso in considerazione per un ascolto serio, fino ad un paio di mesi fa.
L’avevo trovato negli archivi della Kompakt (una casa discografica tedesca) e l’ho scaricato per caso, un po’ per noia, senza aspettarmi nulla più che l’ennesimo album ambizioso ed “esclusivo” prodotto dai tedeschi. Ho dato un’occhiata ai pezzi, giusto per sentire come suonavano (10 secondi ciascuno probabilmente) e l’ho messo in “cantina” insieme ad una tonnellata di altri file in qualche cartella chissà dove. Quando poi l’ho ascoltato tutto, con calma, mi sono reso subito conto che il prodotto era tutto meno che assimilabile alla produzione media della Kompakt e che cestinarlo così precocemente era stato un grave errore.
Il principale aggettivo che mi sento di accostare a questo disco è “raffinato”. Ma non quella raffinatezza da poltrona di teatro e applauso contenuto, è qualcosa di molto più completo; capace di far ballare e ascoltare allo stesso tempo, cosa che capita di rado. La musica è elegante, semplice, concisa. Non v’è nulla di scontato, nulla di stereotipato ma allo stesso tempo le melodie sembrano abbastanza familiari e riconoscibili da poter coinvolgere chiunque nel loro discorso. Certo non è così semplice da ascoltare e non è fatto per tutti, ma come tutte le cose belle va preso con una certa pazienza e curiosità e soprattutto (in questo specifico caso), va ballato.
John Tejada raccoglie nella sua musica frammenti di un mondo binario, ripetitivo, che sembra un immenso alveare, con delle vere e proprie fotografie sonore di grande qualità. Le cose di cui ci parla sembrano davvero chiare, riconosciamo senza fatica i titoli delle canzoni nella loro musica, e il tutto sembra funzionare alla perfezione, come una macchina ben oliata.
Allora perché non gli do 10/10? Difficile da spiegare, come sempre quando i difetti sono pochi e ben nascosti da un’ottima musica. Mancano le parole, non sempre è un male, in questo caso penso di si. È un ottimo compendio, riveduto e corretto, dell’esperienza tech-house classica degli ultimi 20 anni, ma la perfezione formale accompagnata agli ottimi spunti melodici non lasciano troppo spazio ad elementi veramente nuovi e geniali, che spesso si trovano in dischi molto meno “perfetti” di questo.
Per un primo ascolto consiglio “The living Night”, “Mechanized World”, e “Farther And Fainter”, la prima traccia dell’album e forse quella che sintetizza meglio sia le lodi sia le critiche che ho rivolto a questo disco.
P.
Autore: John Tejada
Anno: 2011
Voto: 8.5/10
Parabolas è un disco che bazzica nel mio iPod già da un bel po’, ma che non ho mai preso in considerazione per un ascolto serio, fino ad un paio di mesi fa.
L’avevo trovato negli archivi della Kompakt (una casa discografica tedesca) e l’ho scaricato per caso, un po’ per noia, senza aspettarmi nulla più che l’ennesimo album ambizioso ed “esclusivo” prodotto dai tedeschi. Ho dato un’occhiata ai pezzi, giusto per sentire come suonavano (10 secondi ciascuno probabilmente) e l’ho messo in “cantina” insieme ad una tonnellata di altri file in qualche cartella chissà dove. Quando poi l’ho ascoltato tutto, con calma, mi sono reso subito conto che il prodotto era tutto meno che assimilabile alla produzione media della Kompakt e che cestinarlo così precocemente era stato un grave errore.
Il principale aggettivo che mi sento di accostare a questo disco è “raffinato”. Ma non quella raffinatezza da poltrona di teatro e applauso contenuto, è qualcosa di molto più completo; capace di far ballare e ascoltare allo stesso tempo, cosa che capita di rado. La musica è elegante, semplice, concisa. Non v’è nulla di scontato, nulla di stereotipato ma allo stesso tempo le melodie sembrano abbastanza familiari e riconoscibili da poter coinvolgere chiunque nel loro discorso. Certo non è così semplice da ascoltare e non è fatto per tutti, ma come tutte le cose belle va preso con una certa pazienza e curiosità e soprattutto (in questo specifico caso), va ballato.
John Tejada raccoglie nella sua musica frammenti di un mondo binario, ripetitivo, che sembra un immenso alveare, con delle vere e proprie fotografie sonore di grande qualità. Le cose di cui ci parla sembrano davvero chiare, riconosciamo senza fatica i titoli delle canzoni nella loro musica, e il tutto sembra funzionare alla perfezione, come una macchina ben oliata.
Allora perché non gli do 10/10? Difficile da spiegare, come sempre quando i difetti sono pochi e ben nascosti da un’ottima musica. Mancano le parole, non sempre è un male, in questo caso penso di si. È un ottimo compendio, riveduto e corretto, dell’esperienza tech-house classica degli ultimi 20 anni, ma la perfezione formale accompagnata agli ottimi spunti melodici non lasciano troppo spazio ad elementi veramente nuovi e geniali, che spesso si trovano in dischi molto meno “perfetti” di questo.
Per un primo ascolto consiglio “The living Night”, “Mechanized World”, e “Farther And Fainter”, la prima traccia dell’album e forse quella che sintetizza meglio sia le lodi sia le critiche che ho rivolto a questo disco.
P.
domenica 3 giugno 2012
For Emma, Forever Ago
Genere: Indie-Folk
Autore: Bon Iver
Anno: 2007
Voto: ★★★★★★★☆☆☆
Per addentrarsi nel mondo di un artista, per capirne l'evoluzione stilistica ed umana, si usa ascoltarne la discografia in ordine cronologico. Ma questa volta mi è capitato di arrivare prima al secondo disco, per poi tornare indietro all'esordio.
Questo "For Emma, Forever Ago" è stato una grande sorpresa. Se dal punto di vista stilistico non arriva ai buoni risultati di "Bon Iver", sicuramente stupisce per la forza intima, l'estrema candidezza dei testi e delle note.
E' un disco che gioca sull'emotività dell'uomo, Justin Vernon, e ci riesce benissimo.
"Flume" è una dolcissima canzoncina che il falsetto del cantautore ricama con estrema dolcezza; "Lump Sum" è una cavalcata folk che stupisce, rimanda ad un altro mondo; "Skinny Love" è forse la più conosciuta dell'album e la più suonata dei live, ma a mio parere non il punto più alto del disco.
Con "The Wolves (Act I And II)" si chiude idealmente la prima parte dell'album, e dopo l'apertura un po' soul, un po' folk, si chiude in una stupenda avanzata corale, dirompente e struggente nello stesso tempo.
Si riprende con la debole "Blindsided", pezzo leggermente pop e poco convincente dal punto di vista lirico e compositivo. Ma le amarezze finiscono qui, dato che alla chiusura di quest'ultima traccia si apre la stupenda "Creature Fear", pezzo che gioca sull'alternanza dinamica tra le strofe ed il ritornello, quest'ultimo una grande cavalcata su note poste alla perfezione, cori semplici quanto azzeccati ed emotività sempre in primo piano. La forza inarrestabile del finale non potrebbe che sfociare nell'ambient-rock di "Team", pezzo cuscinetto, ma molto ben pensato e realizzato.
E' quindi il momento di "For Emma", pezzo che dà nome all'album. L'ambientazione è chiaramente più sul folk americano, con un arrangiamento più classico nel genere, che ritornerà poi - assai evoluto - nell'album successivo.
La chiusura dell'album è affidata alla lunga "Re: Stacks", pezzo delicato e leggero, portato avanti dalla soavità della voce di Vernon, il suo falsetto caldo che può piacere o non piacere, ma che è senza dubbio un tratto particolare e distintivo di quest'artista.
Tralasciamo di parlare dell'isolamento nel Wisconsin, della vita dei, o di, Bon Iver, e fermiamoci al dato musicale. Non si tratta di un album rivoluzionario, ma è sicuramente un lavoro che può piacere e che può dare molto a chi lo ascolta. Basta farsi trasportare.
domenica 5 febbraio 2012
Top Five
Moderat (cover)
Minimal/Ambient/Downtempo
È difficile definirlo come genere. È uno stile nuovo, che va affermandosi di anno in anno nei paesi nordici e scandinavi. Dall'underground berlinese alle pianure danesi, dagli sconfinati panorami islandesi alle praterie della Scozia, questo genere cominicia, seppur lentamente, a prendere piede sulla scena. Si caratterizza per ritmi non danzerecci o troppo forti, si preoccupa più del suono che del fatto di trovare un ritornello orecchiabile. E lascia in chi ascolta un certo senso di sbigottimento, un turbinio di sensazioni che è del tutto nuovo a chi è abituato a canzoni commerciali. Scordate big beat e house, dubstep o quant'altro, preparatevi a qualcosa di nuovo. Quella che segue è la mia top five.
5. Telefon Tel Aviv - Fahreneit Fair Enough (Immolate Yourself - 2009)
"Immolate yourself" è stato l'ultimo disco prima che uno dei membri del gruppo morisse in circostanze misteriose. Il pezzo è un viaggione. Garantito.
4. Trentemoller - Take Me Into Your Skin (The Last Resort - 2006)
Contenuto nel primo album di Trentemoller, ha avuto un gran successo in Danimarca come nel resto d'Europa. Caratterizzato da un suono opaco ma deciso, è difficile categorizzarlo con un aggettivo. Di sicuro è un gran bel pezzo.
3. Moderat - 3 Minutes Of (Moderat - 2009)
Moderat=Modeselektor+Apparat=Tanta roba. Pezzo ambient, con un tocco di downtempo. Di quelli da chiudere gli occhi e lasciarsi andare. Bello.
2. UNKLE - Lonely Soul (Psyence Fiction - 1999)
Vecchio come il cucco, ma sempre bello. Dopo che l'hanno usato per lo spot di Assassin's Creed è diventato famosissimo.
1. Burial & Four Tet - Moth
Sinceramente, è uno di quei pochi pezzi di elettronica, anzi di musica in generale, che mi sono rimasti impressi, tanto eran belli e fatti bene. La tecnica decennale di Four Tet incontra il giovane talento di Burial, ciò che ne esce è un piccolo capolavoro. Echi e riverberi curati magistralmente, cassa dritta, un loop continuo che parte dall'inizio e dura sino alla fine, non c'è che dire, un ottimo lavoro.
martedì 31 gennaio 2012
Love me Hate me Kiss me Kill me
Genere: Rave/House
Autore: Fukkk Offf
Anno: 2009
Voto: ★★★★★☆☆☆☆☆
Un titolo che dice molto sul contenuto.
Fukkk Offf (pseudonimo del Dj tedesco Bastian Heerhorst), ricorre a ogni espediente e mezzo per rendere la propria musica sensuale e ipnotica, ma non riesce particolarmente bene nell'intento, e il risultato è un disco rave-house ben costruito, ma che manca di originalità e risulta decisamente noioso.
Ogni pezzo del disco (esclusa la sesta, e ottima, traccia, "The Bottom") si sviluppa intorno ad un breve testo looppato ripetuto all'infinito, sempre formato da una breve frase laconica sul tema di "love me hate me kiss me kill me" o "party people, alchool and drugs" e roba del genere. Ma la voce che "canta" tutte le canzoni dell'album ne è forse la parte meno riuscita, dato che il tono sexy ed elettrizzante si trasforma presto in una cantilena piatta e monotona, appena dopo la prima canzone, rendendo il disco sempre meno interessante.
Nonostante questi aspetti poco invitanti, non è il caso di vedere tutto nero e rischiare di scartare il pacco prima di aprirlo. Infatti non mancano momenti apprezzabili, dotati di ottima ritmica e che riescono nel loro intento di trasmettere una sensazione di ipnosi e creare quell'atmosfera calda e sensuale che Fukkk Offf sembra cercare continuamente per tutto il disco. Ma purtoroppo non costituiscono la maggioranza e si rischia di non farci nemmeno caso ad un primo ascolto.
Nel complesso un disco sicuramente interessante nelle sue parti, ma da non ascoltare mai tutto insieme, fotmato da pezzi singolarmente efficaci, alcuni ottimi, ma comunque poco originali.
Dimenticavo. Ho il vago dubbio che al nostro Bastian piaccia un po troppo Benni Benassi.
Se non ci fosse scritto Fukkk Offf sulla copertina grosso come una casa avrei giurato che fosse roba sua. Bah. Fuck Off...
Guarda Su Youtube:
Rave Is King e The Bottom sono due bei pezzi da discoteca, efficaci e potenti.
Ubicazione:
Duncan, Oklahoma, Stati Uniti
Top Five
Video Musicali
La musica si è
trasformata, nel tempo.
Siamo partiti dal canto,
dai ritmi tribali, dalla funzione religiosa e rituale, per arrivare lentamente
a una funzione più ludica, espressiva, interiore. Le modalità di espressione si
sono evolute a loro volta, insieme alla musica, le si è affiancata inizialmente
la poesia, poi il teatro e il cinema, ogni arte, in breve, si è conciliata sempre
più con la musica e la musica con essa. Ad oggi alcuni elementi diventano
sempre più difficilmente separabili dalla nostra concezione della musica
trasformandosi in parte integrante di essa.
Uno di questi elementi, o
almeno quello più noto in questi tempi, è il video musicale.
Il video sta diventando
negli ultimi anni almeno importante quanto la musica stessa, se non addirittura
di più in alcuni casi, non rari, in cui il video è di gran lunga più
apprezzabile della musica che lo accompagna.
Bene anche il video è
arte, senza dubbio, e se accompagnato da un buon pezzo musicale, ne moltiplica
facilmente il valore, sia espressivo che puramente commerciale.
Vorrei quindi dedicare
una Top Five ai video musicali, o meglio a quelli che ritengo i migliori (giudizio
basato su criteri puramente soggettivi, ribadisco) e di maggiore valore
artistico.
Diavolo, oggi scrivo come
un saggista, la cosa mi spaventa.
- Telegram Sam, Bauhaus, In the Flat Field (1980)
Un ritmo irresistibile,
immagini inquietanti e veloci, che ti incollano allo schermo, danze pazze,
movimenti innaturali e inumani, malati. Un mondo sotterraneo e nascosto,
popolato dai Bauhaus, dalla loro musica, la loro arte e le loro immagini. Un
tutt’uno, che lascia senza respiro
- Bla Bla Bla, Gigi D’Agostino, (1999)
Dalle mie parti questo è
un video storico. Il disegno dell’omino che scappa dall’improbabile mostro con
il muso a triangolo e che si muove a ritmo di techno è un classico da ormai 13
anni, e non accenna affatto a voler invecchiare. Sembra uscito ieri.
- Da Da Da, Trio, Trio (1982)
Sia il pezzo che il video
sono dei classici. Classici demenziali ovviamente, dato che il video ha tutto
meno che un senso, esattamente come la enigmatica Da Da Da, canzone che ha
assegnato un posto nella storia a uno dei peggiori gruppi tedeschi degli anni
80. Ma sia il video che la canzone, forse proprio per questa mancanza di un
qualsivoglia senso logico, conquistano chiunque, e si trasformano in piccoli
capolavori, piccoli colpi di genio che hanno segnato la storia della musica
moderna indelebilmente.
- Novocaine for the Soul, Eels, Beautiful Freak (1996)
Gli Eels dei vecchi tempi
sapevano benissimo come si fa una bella canzone, e soprattutto come si fa un
bel video. Fortunatamente non hanno dimenticato come si scrivono belle canzoni, ma purtroppo non si può dire lo stesso dei video.
Un video come questo non lo hanno mai più fatto.
Un video come questo non lo hanno mai più fatto.
- Technologic, Daft Punk, Human After All (2005)
I Daft Punk sono dei
geni, da ogni punto di vista, e questo video ne è la dimostrazione. Solo dei
geni potevano scrivere una canzone di successo con un testo formato da un
elenco di verbi in inglese e una base elettronica sempre uguale e soprattutto,
solo dei geni potevano inventarsi questo video.
Ubicazione:
Duncan, Oklahoma, Stati Uniti
lunedì 30 gennaio 2012
Bon Iver, Bon Iver
Genere: Indie/ Alt-folk
Autore: Bon Iver
Anno: 2011
Voto: ★★★★★☆☆☆☆☆
"Bon Iver, Bon Iver", secondo disco di Bon Iver (mi sa che mi toccherà ripetere "Bon Iver" almeno un'altra trentina di volte in questa recensione).
Ascoltando e riascoltando questo lavoro si ha la netta impressione che il tutto sia fin troppo facile: le melodie quasi sempre azzeccate, la pacatezza tipica dell'indie-pop dei nostri anni. La copertina è interessante e ci apre con gusto all'atmosfera di quest'album.
Ecco i pregi ci sarebbero, potrebbe essere una grande opera: sono molto azzeccati i fiati, i suoni non sono male, la sua voce è interessante. Ma non si ha l'impressione che tutto sia collegato. Certo i brani si assomigliano molto. Ma a parte questo un senso questo album non ce l'ha.
Ok basta essere puntigliosi e altezzosi, d'altronde è un album carino, pieno di guizzi intelligenti e ben sviluppati.
Perth è molto bella, molto elaborata ed interessante anche dal punto di vista dell'arrangiamento.
Michicant gioca ad essere una ballata con momenti quasi ambient. Hinnom, TX è resa interessante dalla voce bassa di Iver che però è rovinata dai falsetti in salsa 80's che riempiono l'atmosfera, di per sé già colmata a dovere da suoni ben assemblati. Wash è quasi uguale al secondo pezzo.
Seconda parte: Calgary sa un po' di già sentito, però è una svolta, almeno dal punto di vista ritmico, rispetto al resto dell'album. Lisbon, OH è un'interessante intermezzo strumentale (riprende le atmosfere di tutto l'album), che sfocia nella finale Beth/Rest, che è un brano piuttosto interessante, se non fosse per gli arrangiamenti terribilmente anni '80.
I pezzi li ho descritti, ma ora un consiglio: non ascoltateli mai tutti insieme. Lo so è brutto da dire, ma il tutto risulta una noia pazzesca. D'accordo che non si può chiedere ad un artista indie, alt-folk (rubata da Ondarock), di fare dei pezzi rock, delle cavalcate. Però variare un po' la ritmica, le melodie, la voce...
Salvo pochi brani, presi singolarmente, è un lavoro tanto curato quanto sopravvalutato (per esempio da Rolling Stone, che ne tesse le lodi come se fosse il più grande capolavoro dei giorni nostri), che non merita più di cinque stelle come voto. Voto generoso, tra l'altro.
Guarda su Youtube:
Perth, unico pezzo davvero bello di quest'album.
domenica 29 gennaio 2012
It's Artificial
Genere: Elettronica
Autore: Andrew Bayer
Anno: 2011
Voto:★★★★★★★☆☆☆
È la prima volta che Andrew Bayer pubblica un album ed il risultato è abbastanza buono. Si tratta di uno degli artisti più eclettici del panorama elettronico, anche se purtroppo non possiede la notorietà e la fama di alcuni suoi colleghi producer inferiori in stile ed esperienza. La sua musica è molto influenzata da artisti quali M83, Burial e Apparat, improntata da un esotico tocco progressive-trance, senza eccedere in ritmi dance. Si mantiene, infatti, sempre su composizioni tranquille e pacate, volte a ricreare atmosfere e sensazioni idilliache.
Sino ad ora aveva pubblicato svariati EP e singoli per l’Anjunabeats (etichetta indie degli Above&Beyond) di discreto successo.
Il primo brano “Nexus 6″ è davvero un lavoro di grande spessore artistico, immerge l’ascoltatore in un turbinio di note di pianoforte ed un tappeto di pad, un mondo fantastico ed astratto, in cui irrompe all’improvviso un synth, che ad un primo ascolto può sembrare disordinato e confuso e che invece si rivela azzeccatissimo ed attentamente studiato.
Forse il secondo pezzo, “Dedicated to Boston’s Wasted Management System” è quello meno riuscito, per i suoi ritmi e suoni che non catturano come quelli degli altri pezzi (non troppo un’idea geniale usare un carillon rotto e un coretto da chiesa per riempire i vuoti e i breakdown).
Le tracce che seguono (”Counting Points”, “Monolith”, “A Drink For Calamity Jane” e “Paper Cranes”) riprendono un po’ i suoi trascorsi progressive, sempre delineate da toni minori ed accattivanti.
“From The Earth” e “We Will Return” sono due tracce magistrali, in tutti i sensi. Andrew Bayer sorprende, emoziona, coinvolge e meraviglia l’ascoltatore nell’arco di nove minuti e mezzo, un autentico viaggio interiore.
Il prospetto generale dell’album è positivo, anche se una tale mescolanza di generi in un unico album può non essere stata una scelta molto azzeccata.
sabato 28 gennaio 2012
Hombre Lobo
Genere: Indie Rock/ Alternative Rock
Autore: Eels
Anno: 2009
Voto: ★★★★★★★★☆☆
Mark Oliver Everett, in
arte E, è un nostalgico. Un uomo vecchio stile, un artista calmo, sommesso, che
si accontenta della penombra, del medio successo. Non ha bisogno di enormi
stadi, palchi sconfinati, ammiratori sfegatati o ammiratrici innamorate che ballano
e urlano ai suoi concerti.
Si accontenta di medi
palchi di rinomati teatri e di una audience selezionata e di classe, ricercata,
di gente bene di media età, nostalgica dei tempi che furono e da sempre
affascinata da ogni musicista Rock Revival e Indie che appare sul mercato. Ma l’ironia,
la sottile e delicata ironia di Mr. E e dei suoi camaleontici Eels ha qualcosa
di travolgente e sensazionale, sembra prendere in giro i nobili e pretenziosi
ascoltatori, seduti immobili nella platea per applaudire rigorosamente alla
fine di ogni pezzo, come a un concerto d'organo. Ma la sua mancata di
arroganza e le sue poche pretese sono forse la sua unica colpa, perché “Hombre”
Lobo è un disco bellissimo. Si nostalgico, ma pieno di vita, di movimento e di
potenza. Un disco nuovo.
La carriera di Everett è
stata segnata da tragedie familiari, problemi personali, che hanno
influenzato enormemente il suo stile, la sua musica. Dopo l’uscita del suo
primo disco, Beautiful Freak, un album giovane, sperimentale e arrogante,
Everett cambia di colpo. La morte della madre, ammalata di cancro e il suicidio
della sorella lo distruggono, lo lasciano cambiato nel profondo e lo costringono a maturare improvvisamente. La sua musica diventa semplice, dolce
amara, un misto di atmosfere calme e delicate e profondi baratri colmi di buio e
depressione, che ci lasciano indecisi, sconcertati. La sua sperimentazione diventa puramente emotiva, quasi masochista a volte, il suo genio gli sfugge di mano. Comincia a scrivere canzoni tristi su temi felici e canzoni felici su temi tristi, poi cerca di recuperare il vigore perduto con nuovi dischi rock che però non sono che imitazioni di se stesso, dei falsi d'autore.Non è più lo stesso.
Gli Eels di Beautiful Freak erano scomparsi all’improvviso, subito dopo l’uscita del disco e sono ricomparsi solo pochi anni fa, nel 2009, con “Hombre Lobo”,
Gli Eels di Beautiful Freak erano scomparsi all’improvviso, subito dopo l’uscita del disco e sono ricomparsi solo pochi anni fa, nel 2009, con “Hombre Lobo”,
In questo ultimo disco, E
sembra finalmente andare oltre gli ultimi 13 anni e ricominciare da zero, ma
senza perdere la maturità acquistata, senza lasciare se stesso indietro, e
presentandosi incredibilmente forte e maturo, come non lo era mai stato.
E' un album completo, senza punti morti, un ricettacolo dell'esperienza di un grande artista, che non è ancora finito ed ha ancora molto da fare e molto da dire. Un artista rinato, che imprigiona in un unico disco le emozioni di una vita, di più vite, le vite di un uomo cambiato, più volte, forse in meglio.
E' un album completo, senza punti morti, un ricettacolo dell'esperienza di un grande artista, che non è ancora finito ed ha ancora molto da fare e molto da dire. Un artista rinato, che imprigiona in un unico disco le emozioni di una vita, di più vite, le vite di un uomo cambiato, più volte, forse in meglio.
Se c’è una cosa che posso
assicurarvi a proposito di Hombre Lobo è che non riuscirete a smettere di ascoltarlo: è un gran disco, dall’inizio alla fine.
Guarda su Youtube:
Prizefighter, That look you give that Guy, Beginner's Luck sono le mie preferite, ma sono tutte da ascoltare, perchè davvero, sono una più bella dell'altra.
Ubicazione:
Duncan, Oklahoma, Stati Uniti
venerdì 27 gennaio 2012
Untrue
Genere: Elettronica/Dubstep
Autore: Burial
Anno: 2007
Voto: ★★★★★★★★☆☆
Album d’esordio straordinario per un artista eccezionale: fuori dagli schemi, inaspettato, un lampo a ciel sereno. Burial, il misterioso artista londinese che vuole restare anonimo e tenere segreta la sua identità, rivela così al mondo il suo talento, con tredici tracce che meritano di essere ascoltate e riascoltate innumerevoli volte, assaporando ogni cambio, ogni accordo, ogni voce. Il suo stile è un misto tra dubstep, genere che è stato indelebilmente segnato da questo album, soul ed elettronica pura: un autentico pioniere in questo tipo di musica. Ritmi lenti contrastano con altri travolgenti, in un’armonia celestiale; tutto scorre e tutto si trasforma. Le meste voci, il susseguirsi continuo dell’incalzante quanto rassicurante battito, i pad, gli archi e tutti gli altri strumenti, meravigliosamente combinati, ispirano all’ascoltatore i sentimenti più profondi e nascosti dell’animo umano; chiudere gli occhi e lasciarsi andare è davvero un gesto quasi automatico.
Ogni traccia è un viaggio, una storia, un’esperienza interiore. La melodia è la protagonista principale, non si lascia spazio a fantasticherie o viaggi mentali, non c’è mai l’urgenza di saltare al pezzo successivo lasciando a metà un altro, perché si tratta di un tutt’uno collegato.
L’unica pecca è che non c’è un’evoluzione del suono: i tratti generali si mantengono gli stessi dall’inizio alla fine, la cupa e grigia atmosfera - ispirata alle desolanti e industriali metropoli britanniche, rievocata tra l’altro anche in copertina dallo sguardo assente e perso del personaggio dipinto - permane per tutta la durata dell’album, due volte vincitore del titolo di Album dell’Anno secondo le prestigiose riviste The Wire e Mixmag nel 2007.
domenica 22 gennaio 2012
Top Five
22/1/12
Elettronica
L’elettronica non è uno
stile musicale, non è un movimento o un genere preciso.
Si definisce elettronica
la musica prodotta con sintetizzatori, computer, drum machine e tutte le altre
apparecchiature elettroniche che oggi usiamo in musica.
Per questo esatto motivo
è anche difficile datarla e definirla, in maniera precisa, dato che l’uso dei
sintetizzatori in musica è cosa comune già a partire dai primi anni 70’ nella musica Rock e nel
Rock progressivo. Quindi dovrò fare una distinzione. La mia classifica di oggi
si occuperà solamente di quella che possiamo chiamare “elettronica pura”,
ovvero musica completamente sintetizzata, senza elementi acustici che non siano
loop e registrazioni, elementi alla base della sintesi.
Tra i generi dell’
Elettronica pura troviamo innanzitutto la Techno e la House, i due generi
dominanti dell’ultimo ventennio, accompagnati da sottogeneri come la Trance, il
Drum&Bass e il Dubstep. Tra i generi di Elettronica pura vanno compresi
anche il Rap e l’Hip-Hop, i due “grandi” provenienti dall’America, ma che non
tratterò nella mia Top Five, data la mia avversione viscerale all’Hip-Hop, un
genere che ormai solo più un americano può ascoltare senza tagliarsi le palle
per la noia. Essendo io attualmente in America sto facendo una fatica boia per
evitare di tagliarmele, tra Ludacris, Justin Bieber e una truppa di cantautori
Country alcolizzati.
Quindi mi limiterò ai
generi sopracitati e a quei pochi predecessori della musica sintetica che negli
anni 70 e 80 ingrossavano le fila del tardo Progressivo e dello Space Rock.
- Second Lives, Vitalic, Flashmob (2009)
Molto spesso nelle Top
Five metto le canzoni in ordine sparso, senza dare importaza al numero che le
precede, ma oggi no, non per questo pezzo. Second Lives è il più bel pezzo di
elettronica mai composto e su questo non ho il minimo dubbio. Vitalic ci
dimostra ancora che la musica è piena di porte, di sentieri nascosti, passaggi
segreti che non abbiamo ancora scoperto, che c’è ancora del fascino, tutto da
scoprire. Second Lives non lascia scampo. Il modo in cui si intrecciano le
melodie, in cui ogni nota va al suo posto e cade nel momento giusto, per
lasciarti un brivido freddo lungo la spina dorsale, un brivido che dura per
quattro minuti e ventisei secondi. L’inno della notte.
- Have Mercy on Us, Bloody Beetroots feat. Cècile, Romborama (2009)
Have Mercy on Us è l’unico
pezzo in lotta per il primo posto, l’unico che potrebbe insidiare, anche se da
lontano, la leadership di Second Lives. I Bloody Beetroots sono un gruppo Italiano
formato da due DJ fottutamente bravi, non so come definirli diversamente. Lo
stile è particolare, pare essere influenzato da tutto, sembra quasi un puzzle
formato dagli elementi più svariati, contaminato da realtà, fantasia e
finzione, una volta per raggiungere mondi paralleli. Un pezzo indimenticabile.
- Harder Better Faster Stronger, Daft Punk, Discovery (2001)
All’inizio pensi: ma che
diavolo è sta roba? Ritmo funky, suoni retro, voce distorta. Poi cominci a
muoverti. Il ritmo ti prende. Poi arriva il momento. Rimane solo la voce con la
batteria sotto. E non ce n’è più per nessuno.
- New York is Killing Me, Gil Scott-Heron & Jamie XX, We’re New Here (2011)
Quando il genio
indiscutibile di Gil Scott-Heron incontra lo slancio giovane e viscerale di
Jamie XX il risultato è un esplosione di suoni. Suoni meccanici e notturni,
ritmi sincopati che ti mettono a disagio ma che non ti lasciano scappare, ti
stringono nella morsa della voce profonda di Gil e del mix incomparabile di
Jamie XX. Un gran pezzo.
- Omen, Prodigy, Invaders Must Die (2009)
I Prodigy. Non c’è nulla
da dire, sono un o dei migliori gruppi di Elettronica dell’ultimo ventennio, e
se c’è un genere che possiamo definire “Elettronica” vera e propria, è il loro.
Una musica violenta, a tratti punk, a tratti techno e dubstep. Omen è il loro
miglior pezzo, traccia madre del loro miglior album, Invaders Must Die. L’atmosfera
ipnotica e cupa non priva la musica della sua velocità di movimento, che trasmette
e irradia intorno a se come un sole, un ragno che irretisce nella sua tela ogni
essere vivente. Wow.
L’Elettronica non è un
genere, non è uno stile. È un modo di fare musica. Ma una cosa è sicura; non
abbiamo ancora trovato il modo di renderla un mondo a se, di staccarla dalla
tradizione rock e jazz e dal passato, per farne qualcosa di nuovo. Ma non c’è
dubbio.
La strada è questa
Ubicazione:
Duncan, Oklahoma, Stati Uniti
martedì 17 gennaio 2012
Nick Drake
Ho pensato di dedicare un post a questa perla nascosta, questo autentico genio romantico che per troppo tempo è stato dimenticato.
Nick Drake nasce a Rangoon, Birmania, nel 1948 da genitori inglesi trasferitisi per lavoro, per poi tornare in Inghilterra, a Tanworth-in-Arden, dove passerà tutta la vita. Lì inizia a suonare il pianoforte, la chitarra e il clarinetto nella banda della scuola.
E' appunto nel 1969, a soli 21 anni, che incide il primo album, Five Leaves Left.
Non è semplice descrivere Drake in quanto artista: praticamente assimila il folk americano di Dylan, lo assorbe, lo distrugge e lo riassembla attraverso le sue letture, che vertono essenzialmente sul romanticismo inglese. Le atmosfere sono cupe ma allo stesso tempo intrise di passione unica, di un'amarezza dettata per lo più dalla solitudine. Oltre ad essere un artista nel vero senso della parola, è anche un chitarrista impressionante: la sua tecnica è quanto di più unico si possa osservare, suona praticamente la chitarra come fosse un piano. Addirittura Pink Moon, suo terzo album, non avrà bisogno d'altro. Tutta la sua forza espressiva si scaglia attraverso la sua chitarra, di cui distrugge ogni canone. E' uno stile forse mai ripreso perché totalmente attaccato all'idea di canzone di Drake, che non si avvicina a nessuna corrente musicale. Sì lui è folk, pop (nel significato anni '60 del termine). Ma non è mai davvero un artista folk. Perché quando la musica è così intima, così tanto espressione di chi la crea, acquista un'unicità impareggiabile, tanto da diventare un mezzo per esprimere se stessi più che un mezzo per esprimere qualcosa.
Five Leaves Left
Genere: Folk/Songwriting
Autore: Nick Drake
Anno: 1969
Voto: ★★★★★★★★★☆
Il primo lavoro di Drake ci fa entrare nel suo mondo. Un mondo che sa di antico. E' un mondo che però ha la sua vivacità, la sua spensieratezza, i suoi momenti di riflessione.
E' un album sufficientemente maturo e complesso: l'inizio è affidato alla ballata in salsa folk-blues Time Has Told Me, con uno dei testi più belli che io abbia mai letto.
"Time has told me / your rare rare to find, / a troubled cure / for a troubled mind..."
La successiva River Man è la perfetta canzone malinconica alla Drake: chitarra in 5/4 seguita dalla sua voce che è di uno spessore indescrivibile a parole. Semplicemente direi che è la sua voce, e che si deve ascoltare almeno una volta nella vita. L'arrangiamento orchestrale è perfetto, atto a superare in forza e tragicità la voce del cantante.
Ma la vetta maggiore forse di tutto l'album è la dolce, e allo stesso tempo amara, Day Is Done: un soave arpeggio di chitarra, accompagnato dall'arrangiamento di tale Robert Kirby (a cui, anche se a me sconosciuto, vanno i miei sinceri complimenti per il suo lavoro).
Altro brano di cui vale la pena parlare, senza togliere niente alle altre composizioni, è la primaverile Cello Song, in cui Drake è accompagnato da un violoncello, e il cui testo sa di fiori che sbocciano ed amori ingenui (e per questo forse i più belli)
Tirando le somme questo si presta come il lavoro più ingenuo di Nick Drake, ma che per la perfezione delle sue parti risulta sempre godibile.
Bryter Layter
Genere: Folk/Pop/Songwriting
Autore: Nick Drake
Anno: 1970
Voto: ★★★★★★★★★★
Bryter Layter è il secondo album inciso dall'artista inglese, ed è sicuramente quello più musicalmente curato. E' più maturo del precedente, e in molti sensi diverso da questo. Il titolo, enigmatico e strano anche per chi mastichi l'inglese, è semplicemente la variazione dialettale di "brighter later", termine di uso metereologico che suonerebbe come "schiarite nel tardo pomeriggio".
Personalmente sono molto legato a quest'album perché è il primo che abbia ascoltato di Drake. Scoperto proprio per caso in un negozio, incuriosito dall'insolita copertina, decido di prenderne il titolo e andare su youtube ad ascoltarne qualcosa.
Il primo pezzo a cui arrivo è forse il mio preferito di tutta la sua produzione: At the Chime of a City Clock.
E' un brano unico del suo genere: la voce di Drake è la migliore che abbia mai potuto sentire; gli spunti armonico-melodici sono a dir poco sublimi; l'inserimento di batteria (elemento nuovo considerando il precedente lavoro) e sassofono è così azzeccato che dà i brividi; le atmosfere che crea sono inimitabili nella loro peculiarità... e potrei andare avanti per ore, perché siamo di fronte ad un brano che ha mille sfaccettature, che ad ogni ascolto si fa scoprire sempre di più.
Il resto dell'album è costituito da una serie di pezzi perfetti e ben assemblati tra loro (Hazey Jane I e II, Poor Boy, One of These Things First, Northern Sky). Sono tutti pezzi bellissimi e unici, autentiche perle che splendono di luce propria in un universo musicale che francamente ci rifila per l'ottanta percento (e sono ottimista nelle stime) schifezze preconfezionate o altamente sopravvalutate.
Menzione speciale per il brano che dà il nome all'album, che è uno strumentale in cui il flauto delinea una melodia semplice quanto mozzafiato.
Pink Moon
Genere: Songwriting
Autore: Nick Drake
Anno: 1972
Voto: ★★★★★★★★★★
I due anni che seguono la pubblicazione di Bryter Lyter non sono facili per il giovane talento di Tanworth-in-Arden: il successo non arriva, i concerti non esistono (Drake ha un blocco psicologico che gli impedisce di esibirsi), e la critica sembra non considerare i suoi lavori.
Pink Moon è l'album-testamento di Nick Drake. In questo lavoro di una sola notte mette tutto se stesso in musica. Sarebbe superfluo presentare i brani perché si tratta dell'artista stesso che decide di spogliarsi di fronte al mondo, con la sua sola chitarra in mano. Una chitarra che suona ancora con forza e vitalità. Drake non è solo maturo. E' completo.
La durata totale dell'album è di circa 29 minuti, molto poco anche considerando gli standard dell'epoca. E sono 29 minuti che devono essere ascoltati tutti d'un fiato. Come un epitaffio. Il culmine e il declino di un grande artista.
Dopo la pubblicazione di Pink Moon, infatti, il successo come al solito non arriva causando una forte crisi esistenziale e depressione del cantante, che si ritira nella casa di famiglia. La morte sopraggiunge per lui, come ci si aspetta d'altra parte dopo un album di questo tipo, nel 1974, all'età di 26 anni.
Nick Drake è stato sempre poco considerato dalla critica, che gli preferiva artisti più commerciali come il compagno di etichetta John Martyn (che dedicherà al cantautore il suo capolavoro Solid Air). La sua storia è la storia di un ragazzo gioioso, che cercava di attaccarsi il più possibile ad un mondo che sembrava respingerlo con tutte le sue forze.
Oggi è un artista riscoperto, visto come un poeta maledetto per la sua indole schiva e riservata, per la cupezza e solitudine delle sue idee musicali.
A noi tutto questo non interessa. L'unica cosa che importa sono i suoi testamenti, tre album bellissimi che saranno sempre nel cuore e nella mente di chi quest'artista l'ha ascoltato e amato.
domenica 15 gennaio 2012
Icke Wieder
Autore: Paul Kalkbrenner
Anno: 2011
Voto: ★★★★★☆☆☆☆☆
Paul Kalkbrenner è un genio.
Non ho niente da togliere o da aggiungere a questa constatazione e niente, dico
niente, nemmeno un album mediocre, potrà farmi cambiare idea.
Dopo la spettacolare
colonna sonora di Berlin Calling, ad oggi il suo miglior disco, Kalkbrenner si
è preso qualche anno di riposo dalla composizione. Il risultato di questo breve
periodo di meditazione è difficile da valutare, inaspettato.
È un disco disordinato,
disconnesso, un disco che sembra messo su velocemente, senza attenzione. Pezzi
mediocri si alternano a piccoli capolavori.
Sembra il disco di un
principiante. Di qualcuno che ha fatto un certo numero di lavori e li mette tutti nello stesso pacchetto per essere sicuro di
non sbagliare.
Su alcuni non ha affatto
sbagliato. In questo album sono raccolti alcuni tra le migliori composizioni di
Kalkbrenner, tra cui Jestrupp, che è forse il più bel pezzo che ha mai scritto,
ma purtroppo mal accompagnate, da una serie di tracce piatte, senz’anima e
senza profondità.
Non lasciatevi ingannare
dall’insieme, dalla copertina. Scavate in questo album, ascoltatelo
attentamente, perché ha dei tratti nascosti, dei frammenti lucenti, difficili
da cogliere al primo sguardo, ma da non perdere assolutamente.
Guarda su Youtube:
Ubicazione:
Duncan, Oklahoma, Stati Uniti
sabato 14 gennaio 2012
Top Five
Subsonica, Eden (cover)
R.I.P. 2011
Il 2011 è stato un anno
che ricorderemo nei libri di storia, ma non per la musica.
Lo ricorderemo per la
guerra in Libia, l’omicidio di Bin Laden e di Gheddafi, le rivolte del medio
oriente, la caduta del governo Berlusconi (sperando sia definitiva) e un paio
di altre cose che al momento non ricordo e che non ho voglia di andare a
guardare su Wikipedia. Musicalmente è stato un anno come un altro, non
all’altezza del 2008 o del 2009, di Berlin Calling, Flashmob e Hombre Lobo e
Romborama e tutti quei dischi fantastici che non dimenticheremo mai, che
lasceranno un segno profondo nella storia della musica. Ma nonostante tutto,
questo anno ci ha dato qualcosa, ha lasciato delle tracce piccole ma non
insignificanti, alcuni, pochi grandi dischi, che hanno resistito alla cattiva
annata, alla pioggia e alla grandine del freddo inverno e ne sono usciti più
forti, forti delle loro difficoltà e delle loro ferite.
Ho fatto fatica a
scrivere questa Top Five, lo ammetto. Vi posso parlare di centinaia di singoli
House e Trance e di dischi Rock Revival e Indie ma sono per la maggior parte
solo passabili, li ho ascoltati tutti e non mi hanno interessato, non hanno
suscitato nessuna emozione nuova in me, niente di particolare.
Ho dovuto scavare a fondo
nei miei ricordi di quest’anno per fare questa classifica e l’ho cambiata e
ricambiata più volte, ogni volta che ricordavo un pezzo nuovo, che aveva
significato qualcosa per me quest’anno, che collegavo a ricordi o che mi aveva
colpito, in qualche modo. Il risultato mi ha soddisfatto, ed è qui sotto.
- Running, Gil Scott Heron & Jamie XX, We Are New Here, 21/2
Gil Scott Heron pubblica
l’album I’m New Here nel febbraio del 2010. E’ il suo primo album dopo sedici
anni di silenzio, sedici anni di problemi di droga, di processi e lunghe
permanenze in prigione (nel 2002 venne condannato a tre anni di carcere per
possesso di cocaina) ed è forse il suo album più puro ed enigmatico. È un album
pieno di vita, ma anche di morte, l’arte di un uomo instabile, pieno di
complessi e di ossessioni che si tramutano in musiche incostanti, scollegate e
in testi intricati e simbolici. We are New Here è un miglioramento del suo
album, una raffinazione. Jamie XX coglie l’anima di Heron e la trasforma, la
amplifica e ci mette qualcosa di suo.
Running è un pezzo fntastico, che ci lascia immobili, impassibili, in ascolto.
Jamie XX ha reso un gran disco un capolavoro.
- Colomb, Nicolas Jaar, Space is Only Noise, 31/1
Non riesco a dare una
definizione a questo disco. Non riesco a capire se è il disco di un piccolo
nuovo genio dell’elettronica, o quello di un giovane invecchiato artista snob
di buon gusto. Quello che mi incuriosisce appunto è la persona dietro alla musica,
perché non c’è il minimo dubbio, il disco è bellissimo, e questa canzone lo
dimostra.
- Jestrüpp, Paul Kalkbrenner, Icke Wieder, 12/4
Jestrüpp è un'altra, non
rara dimostrazione della genialità di Paul Kalkbrenner, e del fatto che la
techno ha ancora parecchio da dirci.
- Eden, Subsonica, Eden, 8/3
I Subsonica sono capaci
di alternare nello stesso album alcune delle canzoni più idiote dell’ultimo
decennio e alcune delle più belle. Eden è una delle più belle.
- Levels, Avicii, (single), 4/5
I Nordici non sembrano
mai stanchi di dimostrarci che nella Trance non ce n’è per nessuno, i migliori
sono loro. A volte è umiliante. Ma quando la musica raggiunge questi livelli
diventa un piacere ascoltarla, anche se con l’amaro in bocca e la consapevolezza
che Christian Marchi un mix così non lo farà mai. Levels è uno dei più bei
pezzi Dance dei 2000 un pezzo che ci farà ballare ancora per un bel po’.
Ubicazione:
Duncan, Oklahoma, Stati Uniti
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